Bambino con avvoltoio, la foto di Carter che turbò il mondo

Bambino con avvoltoio, la foto di Carter che turbò il mondo

Un bambino denutrito rannicchiato a terra e alle spalle un avvoltoio che sembra aspettarne pazientemente la morte è la foto che Kevin Carter scatta nel 1993 in Sudan. L’immagine, che vince anche il premio Pulitzer, è una di quelle foto destinate a diventare icone nell’immaginario collettivo. Una di quelle che da sole hanno la forza e il merito di identificare inequivocabilmente un dato momento storico e un avvenimento certo, diventandone il simbolo.

Bambino con avvoltoio, la foto di Carter che turbò il mondo

Siamo nel 1993, in un Paese, il Sudan, martoriato da una guerra civile iniziata molti anni prima, nel 1956. Spaccato in due, il sud del Paese teme la dominazione del governo islamico del nord e cerca l’indipendenza da oltre trent’anni. Nel 1992, il governo del nord riesce a imporre la legge islamica anche al sud e si appropria degli aiuti internazionali che arrivano in quell’area.

La produzione alimentare locale si è drasticamente ridotta dopo anni di guerra. La carestia imperversa. È un giorno di marzo quando Kevin Carter scatta la foto decisiva che permetterà al mondo intero di capire davvero cosa sta succedendo in quel posto lontano e dimenticato.

L’efficacia della fotografia

Una bambina è accasciata a terra mentre cerca di raggiungere a fatica il centro aiuti. È affamata e visibilmente denutrita. Ha il viso rivolto a terra con la testa raccolta fra le mani. La bambina è sola. Intorno a lei non c’è nessuno. Il paesaggio circostante che si intravede è spoglio. Eppure nella foto compare una presenza sinistra. Alle spalle della bambina, infatti, c’è un avvoltoio. Fermo e vigile, controlla ogni movimento della piccola quasi come stesse aspettando l’imminente morte. Non si saprà mai se quella bambina ce la farà. Lo stesso Kevin Carter ha raccontato differenti versioni dell’accaduto. Si dice anche che il fotografo abbia aspettato venti minuti per vedere se l’avvoltoio avrebbe aperto le ali.

"Il bambino affamato e l'avvoltoio" di Kevin Carter

“Il bambino affamato e l’avvoltoio” di Kevin Carter

La composizione dell’immagine è estremamente efficace. I due soggetti sono disposti in maniera antitetica ai due lati opposti dell’inquadratura. Le pose in cui sono ripresi – la bambina rannicchiata e semi nascosta e l’avvoltoio che, invece, si mostra in tutta la sua fierezza – stridono fra loro. La foto è stata scattata a colori. L’immagine così com’è stata presa racconta tutto da sola. La semplicità della composizione, la chiarezza dei soggetti inquadrati le danno la forza e l’efficacia per raccontare uno spaccato di realtà.

Le polemiche sulla moralità del fotografo

L’anno successivo allo scatto, nel 1994, a Carter viene assegnato il premio Pulitzer, ma è quando il New York Times ne compra i diritti che la foto fa il giro del mondo, diventando il simbolo della devastazione africana. “Stricken child crawling towards a food camp” – questo il titolo originale dell’immagine, meglio conosciuta come “Bambino con avvoltoio”, devasta lo stesso Kevin Carter. Travolto e turbato dalle polemiche mediatiche che seguono all’incredibile diffusione dell’immagine, Carter è tormentato dall’immagine della bambina che gli ricorda sua figlia e cade in una profonda depressione che lo porterà al suicidio.

Scosso dalla potenza evocativa della foto, infatti, il mondo intero comincia ad interrogarsi sul ruolo etico del fotografo e della fotografia in generale, la cui natura è quella di assistere, inerme e senza intervenire, a fatti gravissimi.

Il dibattito si accende ogni volta che vengono diffuse immagini-simbolo di orrori e disastri (si pensi, ad esempio, alla foto di Nick Ut della bambina bruciata dal napalm gettato dagli americani durante la guerra del Vietnam). Essere presenti e scattare immagini così evocative è altrettanto necessario quanto soccorre le vittime riprese nelle foto. Il ruolo del fotografo è quello del testimone, i cui occhi diventano quelli del mondo intero che soltanto attraverso questi scatti può conoscere e sapere.

Il fotoreporter Kevin Carter

Il fotoreporter Kevin Carter

Dallo sport al fotogiornalismo di guerra

Kevin Carter nasce a Johannesburg il 13 settembre del 1960 da una famiglia della borghesia bianca. All’inizio della sua carriera da fotografo si occupa di sport, ma presto le condizioni umanitarie nell’Africa degli anni ’90 diventano la sua prerogativa. Nel 1984 viene assunto dal Johannesburg Star dove conosce tra gli altri Greg Marinovich, Ken Oosterbroek e Joao Silva con cui costituisce un gruppo chiamato Bang Bang Club. Comincia così a documentare le crudeltà che la guerra civile aveva portato in Sudafrica. Più tardi, inizia a viaggiare, soprattutto in Africa, documentandone la devastazione e le guerre.

Il 27 luglio del 1994 muore suicida a Johannesburg all’età di 33 anni, per un’intossicazione da monossido di carbonio. Nella nota che lascerà scrive di non poter più sostenere la depressione, la mancanza di soldi e la persecuzione dei ricordi dei cadaveri e del dolore che aveva visto.

Patrizia Capoccia

Patrizia Capoccia

Dopo gli studi in Comunicazione e dopo la specializzazione in Giornalismo, diventa giornalista pubblicista. Si interessa di arte, cultura e fotografia per la quale nutre una passione fin dai tempi universitari.