Capire l’arte in dieci minuti. Intervista al Direttore degli Uffizi, Antonio Natali

Capire l’arte in dieci minuti. Intervista al Direttore degli Uffizi, Antonio Natali

Chiunque si avvicini all’arte si pone delle domande. Si tratta di curiosità, dinamiche non immediatamente comprensibili o notizie e affermazioni di cui non riesce ad afferrare completamente il senso. Per questo motivo esistono i critici e gli esperti, che però molto spesso utilizzano un linguaggio criptico e di difficile interpretazione.

ExpoItalyART ha avuto invece il piacere di poter rivolgere al Dott. Antonio Natali, il Direttore della prestigiosissima Galleria degli Uffizi di Firenze, delle domande “ingenue”, a cui risponde un professionista abituato per lavoro ad avvicinare l’arte alla gente, la cui preparazione può essere realmente utile anche per gli appassionati d’arte che non si sono ancora fatti le ossa, come si dice.

Natali e il suo staff lavorano abitualmente con opere dall’immane valore: la notte prima dell’intervista, erano state spostate in un’altra sala degli Uffizi diverse opere di Sandro Botticelli, per fare un esempio.

Tutti sanno che l’arte italiana è considerata come la più bella e apprezzata al mondo. “L’arte per eccellenza”. In questo settore, cosa rende il nostro paese così immensamente potente?

Antonio Natali, dal 2006 guida la Galleria degli Uffizi a Firenze. E' specializzato in  scultura e pittura del Quattrocento e Cinquecento toscano

Antonio Natali, dal 2006 guida la Galleria degli Uffizi a Firenze. E’ specializzato in scultura e pittura del Quattrocento e Cinquecento toscano. Credits: Repubblica.it

L’arte ha i suoi ritmi e le sue fasi. Quello che possiamo dire è che l’arte italiana ha conosciuto dei periodi di splendore insuperati e forse insuperabili. E penso ai primi anni del Cinquecento a Firenze, quando in città giravano in contemporanea Leonardo, Michelangelo e Raffaello. Un lungo periodo d’oro è quello che parte dal Trecento, attraversa il Quattrocento, il Cinquecento e arriva agli inizi del Seicento.

Circa tre secoli dove si riscontrano un’eccellenza, una qualità poetica e movimenti davvero ineguagliati, come l’umanesimo toscano, ma anche quello veneto o lombardo. E artisti da Giotto a Caravaggio, passando appunto per Leonardo, Michelangelo e Raffaello. Poi i cicli si esauriscono. Mi viene, restando in Italia, di pensare all’Ottocento e al Novecento: secoli d’alto tenore, ma forse non paragonabili al passato.

Parlando di periodi, come mai ci sono dei momenti storici in cui in un determinato luogo e tempo si concentra una produzione artistica superiore agli altri? come quello italiano, ma anche il secolo d’oro olandese o l’impressionismo francese?

Si tratta di condizioni favorevoli. Quando ci sono grandi committenti, un mecenatismo colto che riesce ad attrarre artisti e intellettuali, quando insomma si “investono” denaro ma anche pensieri nell’arte, allora l’arte cresce e si affina. È chiaro che, se un uomo nasce e si educa in un periodo e in un ambiente di rigoglio per l’arte, le sue possibilità espressive e poetiche crescono. Quando nella storia si sono verificate queste congiunture l’arte è fiorita.

E adesso quali sono i paesi più favorevoli all’arte?

Non si può dare una risposta precisa. Là dove c’è libertà – quella vera – intellettuale, culturale, là dove si dà la possibilità di sperimentare e anche di essere anticonformisti, là è il luogo giusto. Oggi indicare un Paese che favorisca l’espressione artistica mi pare arduo; se proprio dovessi additarne qualcuno mi verrebbe di pensare a talune città degli Stati Uniti.

In Italia?

mmm in Italia non tanto. C’è molta paura del nuovo nel nostro paese.

La Galleria degli Uffizi è molto difficile da gestire, proprio a livello logistico. I locali in realtà non vennero edificati per ospitare opere d'arte

La Galleria degli Uffizi è molto difficile da gestire, proprio a livello logistico. I locali in realtà non vennero edificati per ospitare opere d’arte

 

Se vado in una scuola d’arte ci sono molti ragazzi tanto bravi a dipingere. Alcune loro opere sembrano quasi delle “fotografie” della realtà. Ma cosa distingue un bravo pittore, magari anche abbastanza conosciuto, da assolute “star” come Caravaggio o Michelangelo? C’entrano anche logiche di mercato?

Il mercato può influire, certamente. Ma la reale differenza sta in una cosa semplice e indecifrabile allo stesso tempo: la capacità di esprimere dei valori assoluti, dei messaggi che travalicano il tempo, la poesia universale. Ci sono opere del passato che mantengono intatta la loro capacità. Sarà sempre questa virtù a fare la differenza.

Se vedo un quadro classico, capisco immediatamente che è bello. Intendo dire, la Gioconda o la Cappella Sistina sono oggettivamente “belli”. Ma l’arte contemporanea è invece piuttosto strana e non si capisce alla fine dove sta questa bellezza. Come si spiega?

No, non è così. La bellezza non è un valore innato nell’uomo. Riconoscere la bellezza non è assolutamente una cosa istintiva. Bisogna ragionare, studiare, capire e affinare la propria sensibilità, in modo tale da arrivare a cogliere la bellezza. Con lo studio si capisce, eccome!, la bellezza dell’arte contemporanea. Noi spesso diciamo che un’opera del passato è bella perché sono gli strumenti della comunicazione (sempre più invadenti e persuasivi) a dirci con sicurezza dove sia il “bello”.

Ma quando qui in Galleria, agli Uffizi, entrano dei bambini, che non hanno sovrastrutture e sono spontanei, i quadri più celebri venerati dai genitori non li guardano nemmeno. Sono molto più attratti dalle opere che raccontano storie per loro comprensibili (penso alle Tebaidi, con tutti quegli eremiti affaccendati fra le casupole arroccate su piccoli monti).

Un gruppo di ragazze al Rijksmuseum, ignora completamente "La Ronda di Notte", di Rembrandt

Un gruppo di ragazze al Rijksmuseum, ignora completamente “La Ronda di Notte”, di Rembrandt

Abbiamo citato i bambini. Ecco, c’è una foto che ha fatto il giro dei social network. Alcune ragazzine sono piegate a guardare gli smartphone e dietro hanno “La ronda di Notte” di Rembrandt. L’arte finirà in mano ad una generazione ultra tecnologica che la ignorerà/distruggerà completamente?

Ma qui la colpa è degli adulti, è sbagliato attribuire il danno agli smartphone. I grandi non hanno insegnato nelle scuole quale sia il valore dell’espressione artistica, per cui non possiamo stupirci se poi ignorano una creazione di Rembrandt.

Oggi i ragazzi si mettono a fare i selfie (anzi, non voglio nemmeno chiamarli selfie, perché la parola non mi piace; voglio dire “autoscatti”) con le opere d’arte alle spalle, quasi fossero feticci da usare come comprimari di un filmino in cui sono loro i protagonisti. E le opere nemmeno le guardano. Dovrebbero essere gli adulti a insegnare un approccio maturo e consapevole alle opere d’arte. Il problema è che sono gli adulti per primi ad affannarsi in questi giochini. 

Ma è l’arte che deve diventare più semplice e vicina alle persone, o sono le persone che devono istruirsi per avvicinarsi all’arte?

Sono lo Stato, le istituzioni, la scuola che devono diffondere la cultura necessaria a capire l’arte, giacché ognuno dev’essere aiutato a far crescere la propria sensibilità.

Gli USA guadagnano 16 volte più di noi dal patrimonio culturale, e mi pare che l’arte italiana e americana non siano neanche lontanamente paragonabili. Come si risolve questo spreco secondo Lei?

Bisogna smettere di concepire i musei come luoghi da utilizzare per fare cassa e poi stilare classifiche. Così com’è riduttivo – a mio giudizio – reputarli solo come ambienti in cui si possa attuare la migliore conservazione delle opere d’arte. Reputo importante che un museo riannodi i legami col territorio, quello vicino ma anche quello lontano. La Galleria fiorentina, creando la collana di mostre ‘La città degli Uffizi’, ha portato opere dei suoi depositi nelle città e nei paesi della Toscana; ma è andata anche oltre, arrivando in Abruzzo e in Trentino.

E ora un’esposizione di quella serie è allestita a Casal di Principe (in un’architettura sequestrata alla camorra) nell’intento di far conoscere una terra finora nota solo per via della criminalità e nell’auspicio di portare sostegno a coloro che lì lottano appunto contro la malavita organizzata.

Ogni tanto le opere d’arte vengono trasferite da un museo all’altro. Mi immagino degli operai che tengono in braccio un Tintoretto o un Da Vinci.

No, non sono semplici operai. Si tratta di persone specializzate nel trasporto di opere d’arte. Gente di lunga esperienza. Qui agli Uffizi abbiamo uomini che da trent’anni fanno questo lavoro. Certo si avvalgono di attrezzature di tecnologia avanzata. Ma alla fine il trasporto è affidato alla loro manualità e alla loro professionalità.

Ma se un’opera cade e si rovina? immagino che siano assicurate, ma se ti cade il Tondo Doni di Michelangelo o un qualsiasi Caravaggio? Qual è la compagnia di assicurazioni che si mette a rischio di pagare una cosa del genere?

Le assicurazioni ci sono, ovviamente. Il problema è che ci sono opere che non hanno prezzo. Opera la cui perdita non sarebbe possibile compensare con nessuna somma di denaro.

Una città d’arte che suggerisce di vedere

Una che sia sconosciuta. L’importante è che ci sia la passione, la voglia di scoprire, la curiosità. Se si ha quest’attitudine ogni città diventa una città da vedere.

E se dovesse spedire nello spazio un’opera d’arte, per lanciare un messaggio agli alieni della nostra cultura?

La mia fiducia nella presenza di alieni è tale che sinceramente non mi priverei proprio di nulla. Se proprio dovessi, cercherei di scegliere l’opera che mi piace di meno.

Roberto Trizio

Roberto Trizio

Dopo una robusta preparazione classica, si dedica al giornalismo in stile anglosassone. Direttore editoriale dei portali di ExpoitalyWeb, è conoscitore del periodo storico della Roma antica, e firma approfondimenti su mostre di particolare valore.


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